Sand Creek
Premessa.
Il fatto qui narrato si è svolto nella seconda metà dell’800 negli Stati Uniti ed è maturato nel clima di grande ostilità che all’epoca i colonizzatori bianchi mostravano verso i cosiddetti Pellerossa, cioè gli indiani d’America. Del resto, l’incontro con i bianchi si è rivelato per gli indiani traumatico e catastrofico sin dal primo momento in cui le due etnie vennero a contatto. Nella parte conclusiva del racconto il linguaggio diviene forte, crudo, raccapricciante, come le azioni orripilanti che descrive. Ma la cosa più tremenda di tutte in questa narrazione è che si tratta di un fatto realmente accaduto nei termini rappresentati.
Sand Creek.
Gli indiani d'America sono così denominati perché i primi navigatori erano convinti di essere arrivati nelle Indie, ed ancora non avevano capito che quello era invece un nuovo continente. Ma da dove questi "indiani" siano piovuti nessuno lo sa con certezza. Una cosa però è certa: gli abitanti del continente americano, come gli Incas, i Maya, i Pellerossa non derivano da etnie autoctone di quel continente. Le ricerche iniziate nel XIX e XX secolo da paleontologi ed archeologi non hanno mai condotto al ritrovamento di resti fossili umani che attestassero una possibile evoluzione dai primati di un Homo “Americanus” come le teorie darwiniane affermano sia invece accaduto per l’Homo Sapiens. Al contrario, tutti i resti fossili ritrovati nel Nuovo Mondo appartengono alla specie Homo Sapiens, il che significa semplicemente che i primi abitanti del Nuovo Mondo devono essere arrivati da qualche parte non più di 35.000 anni fa, e che prima del loro arrivo il continente era completamente disabitato. Nel suo lavoro “Storia degli Indiani d’America” il più grande antropologo dell’etnia indiana, il francese Philippe Jacquin, prematuramente scomparso nel 2002, per molti anni titolare della cattedra di Antropologia Americana all’Università di Lione, prospetta due teorie. Una, poco verosimile, fa provenire gli indiani dal Pacifico, dall’Oceania, dove a bordo di fragili imbarcazioni alcuni abitanti di quelle isole sperdute sarebbero riusciti a raggiungere la costa occidentale del continente americano, per poi sparpagliarsi progressivamente in tutto il territorio. Per dimostrare l’attendibilità di questa teoria, il navigatore norvegese Thor Heyerdahl si lasciò andare alla deriva nel Pacifico sul suo leggendario zatterone Kon Tiki. L’altra teoria, unanimemente condivisa dagli studiosi contemporanei, fa risalire al pleistocene la trasmigrazione di razze asiatiche verso il Nord America. Occorre evidenziare che lo stretto di Bering, che prese il nome dall’esploratore danese Vitus Bering che nel XIII secolo fu incaricato dallo Zar Pietro II di esplorare le zone più remote dello sconfinato impero russo, è largo solo 76 chilometri ed è profondo in media appena 36 metri. La glaciazione avvenuta 35.000 anni fa nel pleistocene, fece ridurre il livello del mare, trasformando lo stretto in una sottile lingua di terra che unì per qualche tempo l’Asia all’Alaska. Fu in quel periodo che cacciatori asiatici, forse mongoli, all’inseguimento di prede, e/o alcune popolazioni nomadi dell’Asia, entrarono in Nord America, diffondendosi in tutto il continente, dal gelido nord sino alle più temperate ed accoglienti regioni meridionali. Sta di fatto, che le popolazioni indiane erano soprattutto dedite alla caccia perché traevano sostentamento dalla selvaggina, piuttosto che dalla pratica di coltivazioni agricole. Ciò spiega anche perché gli indiani si raggrupparono in miriadi di piccole tribù e non divennero mai un unico, grande popolo. Per assicurarsi possibilità di sopravvivenza essi si dovevano infatti distribuire sul territorio in modo da poter disporre della quantità di risorse necessarie al loro sostentamento. Per gli indiani, l’arrivo dei bianchi fu un disastro e l’equilibrio demografico che avevano stabilito con la natura ne uscì letteralmente sconvolto. Vivendo isolate per millenni, le popolazioni indiane non erano immunizzate, non avendo sviluppato i relativi anticorpi, contro le malattie importate in America dai bianchi: vaiolo, tifo, colera, tubercolosi, meningite. Quelli che ne erano colpiti morivano in pochi giorni. In men che non si dica, la popolazione indiana fu più che dimezzata dalle epidemie. E dove non arrivarono queste, arrivò il genocidio sistematico perpetrato per la “civilizzazione” del continente in oltre 200 anni di lotte senza quartiere. Prima dell’invasione dei bianchi c’erano in Nord America almeno 3 milioni di Pellerossa. A quanto si sa, nel 1890 ne restavano appena 250.000, con la scomparsa di tutte le tribù che abitavano nell’Ovest ed in Canada. I bianchi devastarono senza alcuna remora il fragile equilibrio con l’eco-ambiente che permetteva agli indiani di sopravvivere. Gli agricoltori si insinuavano sempre più profondamente nei territori che da sempre appartenevano gli indiani, relegando questi in zone sempre più invivibili, prive di acqua, di risorse naturali, di ripari per i villaggi, scarse di selvaggina. Come non bastasse, mentre l’indiano sopprimeva della fauna solo quanto strettamente necessario alla sua sopravvivenza, il bianco cacciava per le pelli, e tante più ne acquisiva e tanto più si arricchiva. Questo fatto è ben rappresentato nel film di Kevin Costner “Balla coi Lupi” nella scena che mostra le carcasse scuoiate di centinaia di bisonti abbandonate dai cacciatori bianchi, laddove gli indiani per la loro alimentazione si limitarono invece ad abbattere poche decine di capi. Naturalmente gli indiani tentarono di reagire a questo stato di cose, ma non ottenendo risposte accettabili cominciarono a farlo nell’unico modo possibile per loro: opponendosi con la forza, con azioni di guerriglia contro i bianchi. Si attaccavano e si depredavano fattorie, si uccidevano i coloni degli insediamenti e le loro famiglie, si attaccavano le carovane, i convogli dei bianchi di sorpresa, ove e quando possibile. Questa contrapposizione divenne via via sempre più drammatica, sino a sfociare in conflitti veri e propri tra indiani e “visi pallidi”. Gli indiani vennero raffigurati come esseri incivili, cattivi, spietati, sporchi, portatori di malattie (loro…!), atei ed immorali. Ritenendo impossibile un loro “inserimento” nella civiltà dei bianchi, molti, e sempre di più, si convinsero che l’unica possibile via d’uscita fosse quella della sistematica eliminazione degli indiani e del male che essi rappresentavano. Ma non tutti la pensavano così. Si tentarono approcci meno drastici per la soluzione del problema dei Pellerossa. Molti negoziati si susseguirono tra le parti, finchè si giunse ad una stagione in cui la ragione sembrò prevalere sulla bruta bestialità. Gli indiani accettarono di relegarsi in riserve loro destinate, chiedendo solo il rispetto dei territori loro assegnati e la protezione dell’esercito. Ma si trattava sempre di accordi fragili, di cui i bianchi chiedevano in continuazione aggiornamenti, revisioni, se non la denuncia, al sopravvenire di ogni loro nuova necessità. In questo clima, nel 1861 in una regione tra Kansas ed Oklahoma a ridosso delle Montagne Rocciose furono scoperte delle vene aurifere, per cui una fiumana di bianchi si riverso’ nei territori dove vivevano pacificamente tribu’ di Arapaho e di Cheyenne (qua lo pronunciano cièini). Ne nacquero scaramucce che sfociarono in un conflitto locale tra i nativi indiani ed i visi pallidi invasori che durò qualche tempo. Ma quelle tribu’ erano di indole pacifica per cui, alla fine, dopo mesi di violenta contrapposizione, fecero buon viso a cattiva sorte e col Trattato di Fort Wise i capi Cheyenne ed Arapaho accettarono di cedere parte dei loro territori (quelli ricchi di vene aurifere…..) ai bianchi e di confinarsi in una riserva loro dedicata in Oklahoma, sotto la protezione dell’esercito statunitense, i soldati blu. C’era rimasta in giro solo qualche banda di fuoriusciti, pochi Pellerossa fuorilegge che scorazzavano su quei territori e che sarebbe stato facile isolare e debellare. Ma il Colonnello John Chivington, cui fu affidato il compito di assicurare questi pochi ribelli alla giustizia, volle andare ben oltre quella che era la sua missione e decise di “fare a modo suo”. Con 800 uomini, due compagnie del Reggimento Colorado, ed una di volontari del New Messico, decise di “attaccare” proditoriamente e senza preavviso un villaggio Cheyenne a Sand Creek. Nel villaggio c’erano solo donne impegnate nella concia delle pelli, nei lavori agricoli, nei lavori casalinghi. Poi c’erano bimbi, vecchi, malati ed invalidi; quasi tutti i guerrieri erano fuori a caccia, pochi altri, 3 o 4, erano rimasti per sorvegliare il villaggio. Quando vide i soldati, Pentola Nera, il capotribu’, ando’ loro incontro sventolando la bandiera americana con appuntata sopra la medaglia dell’amicizia che aveva ricevuto all’atto della firma del trattato di pace coi bianchi. Ma non servi’ a niente. Era la tarda mattinata del 22 novembre del 1864, una data che segna una incancellabile ignominia nella storia degli Stati Uniti, una indelebile macchia di sangue sulla Stars and Stripes, la bandiera a Stelle e Strisce degli USA. Il Col. John Chivington, in preda ad una crisi di folle isteria che aveva contagiato i suoi sottoposti, dispose gli squadroni di cavalleria su due ali e con una manovra a tenaglia attacco’ il campo indiano di Sand Creek completamente inerme ed indifeso ordinando la carica. Fu un massacro. I bambini tentarono di nascondersi nelle tende od in avvallamenti del terreno protetti da anziani adulti, innocui e disarmati, ma furono facilmente snidati e fatti oggetto di tiro al bersaglio. Le donne incinte furono squartate una ad una dal pube in su ed il feto preso come cimelio. Le altre donne furono prese, ripetutamente violentate e quindi orrendamente mutilate da vive, col taglio dei seni, degli arti, del pube, preso questo come scalpo. Agli uomini fu tolto lo scalpo e furono recisi gli organi genitali, prima di essere squartati o scuoiati ancora vivi. Alla fine rimasero sul terreno i corpi orrendamente martoriati di circa 600 indiani, e Chivington ebbe il coraggio di riferire che avevano ottenuto una grande vittoria….Ed ebbe pure la abominevole sfrontatezza di far mostrare alla popolazione nel teatro Apollo di Denver, nel Colorado, i macabri cimeli che aveva collezionato:scalpi, arti recisi, genitali….Ci fu una commissione di inchiesta del Congresso che alla fine concluse che il Col. Chivington aveva scritto la pagina piu’ vergognosa, ignobile ed esecrabile della storia della nazione americana, raccomandando che contro di lui ed i suoi aiutanti di campo fossero presi duri provvedimenti. Ma nonostante queste raccomandazioni, il Col Chivington non fu mai penalmente perseguito per i suoi crimini di guerra e morì tranquillamente nel suo letto. Caelsius