Johanne e il Re
La Pucelle
Johanne era una predestinata. Terza dei 5 figli di una coppia di contadini della Lorena, era nata nel villaggio Domrémy il 6 gennaio del 1412 e fu accolta dalla famiglia Darc come un grazioso dono del Signore nel giorno dell’Epifania. Le fu imposto il nome di Johanne, versione arcaica dell’attuale Jeanne. Analfabeta, ma di carattere dolce ed accattivante, crebbe nel timore di Dio con l’animo illuminato da una fervida fede. Sin da piccola dimostrò grande amore e solidarietà per il prossimo, rendendosi protagonista di commoventi slanci di generosità: spesso cedeva il proprio letto a poveri senzatetto od a stremati viandanti adattandosi a dormire su giacigli di paglia od in terra, trovando sempre il tempo ed il modo di andare a trovare i paesani malati per recare loro conforto e preghiere, consolare gli afflitti, cercare di rendersi utile a tutti secondo le proprie capacità. Era una ragazza precoce, di vivida intelligenza, grande coerenza ed inusitato coraggio, sempre disposta a qualsiasi sacrificio, cosa di cui poi darà ampia dimostrazione, pur di rimanere fedele ai propri ideali ed ai valori del cristianesimo. Decisa, forte, rigorosa, era anche dotata di insospettabile sarcasmo. Quando al processo per eresia le chiesero se l’Arcangelo Michele le fosse apparso nudo, lei rispose “ Ma credete che nostro Signore non abbia di che vestirlo?”. Oppure quando le chiesero se per caso avesse l’intenzione di evadere lei rispose:” E se io avessi un piano credete che lo verrei a dire a voi?”. A 13 anni ebbe la prima delle “manifestazioni” con le quali convisse sino alla sua fine: voci celestiali, che lei attribuiva all’Arcangelo Michele, a Santa Caterina ed a Santa Margherita, talvolta accompagnate da accecanti bagliori di luce, che le preconizzavano un futuro da eroina per salvare le sorti della Francia e del suo Delfino, cioè l’erede al trono. Johanne, per nulla impressionata, considerò questi avvenimenti come una manifestazione della volontà del Signore e, nel pieno del fervore mistico che l’aveva pervasa, fece voto di castità, cosa che poi le procurerà il soprannome di “La Pucelle”, la vergine. Lei nulla sapeva di politica, e nemmeno i suoi o qualcuno di quelli del suo villaggio. Si era nel corso della guerra dei Cento Anni, combattuta a più riprese tra inglesi e francesi nei 116 anni che vanno dal 1337 al 1453. Si sapeva che gli inglesi ed i loro alleati borgognoni occupavano tutta la Francia occidentale, dalle Fiandre ai Pirenei, e parte di quella meridionale. Si sapeva che Orléans era assediata ed in procinto di cadere in mano inglese, e quando ciò fosse accaduto nulla più si sarebbe opposto al dilagare dell’invasione in tutto il meridione e nel sud-est della nazione. Quando nell’estate del 1429 i Darc dovettero fuggire da Domrémy sotto l’incalzare dell’avanzata devastatrice dei borgognoni, Johanne, assecondando le “voci” che la spronavano a farlo, ruppe gli indugi e, vincendo l’opposizione dei suoi genitori, fece di tutto per arrivare a conferire col Delfino di Francia, che era stato estromesso dalla successione al trono a favore dei borgognoni. Per tre settimane il Delfino, che da lì a poco sarebbe stato incoronato re per merito di Johanne, sospettoso e diffidente, la mise alla prova con interrogatori a trabocchetto mirati a verificarne la buonafede ed a scoprirne intenti ed obiettivi, prima di farne vagliare fede e moralità da rigorosi teologi della neonata Università di Poitiers. Johanne superò ogni prova ed alla fine riuscì ad ottenere che il Delfino, ancora non troppo convinto sull’efficacia di quella iniziativa, autorizzasse l’invio di un modesto contingente militare per tentare di salvare Orléans. A lei non assegnò alcun incarico particolare, se non quello di offrire un affiancamento morale al comandante della spedizione. Ma non ci volle molto perché la Pucelle divenisse figura emblematica e protagonista di quell’impresa. Il suo esempio, il suo entusiasmo, la sua dedizione alla causa, il suo fervore mistico in breve contagiarono le truppe. E tutti, senza eccezione, accettarono le sue regole quasi da vita monastica: niente saccheggi nè violenze gratuite, niente prostitute, niente bestemmie, preghiera comune due volte al giorno, confessione e liturgia prima di ogni battaglia, con uomini e capitani raccolti attorno al suo stendardo, una bandiera in campo bianco che raffigura Dio nell’atto di benedire i gigli di Francia, avendo ai suoi lati gli Arcangeli Michele e Gabriele. In quattro e quattr’otto riuscì a creare un clima di reciproca fiducia e di solidarietà tra esercito e popolazione, evitando che tra una battaglia e l’altra i soldati si trasformassero, come era allora atroce consuetudine, in furibondi devastatori, ladri, assassini e stupratori, rivolgendosi contro la stessa popolazione che avrebbero dovuto difendere dal nemico. In questa ritrovata armonia tra popolo ed esercito, la Pulzella si presentò sotto le mura di Orléans sulle onde di un generale consenso e di un grande entusiasmo. La situazione era tragica, gli assediati affamati e ridotti allo stremo, i capitani dell’esercito timorosi ed indecisi sul da farsi. A capo del presidio di difesa della città c’era il Bastardo di Orléans fratellastro del Delfino. L’incontro con Johanne fu un durissimo scontro tra caratteri forti e spiccate personalità. Ma la decisione con cui lei riuscì dapprima a far traghettare sulla Loira i rifornimenti per la città, azione favorita da un inatteso quanto improvviso salto di vento verificatosi dopo una preghierina recitata da Johanne.., e poi a ricomporre le fila del contingente francese provato dai duri scontri, disorganizzato e senza strategia, gli fecero rapidamente cambiare idea sulle qualità della giovane guerriera, sino a divenirne il più fido e convinto assertore. Johanne inviò diversi avvertimenti agli inglesi perché togliessero l’assedio alla città risparmiando a tutti le sofferenze di una sanguinosissima battaglia. La prima volta parlò loro dal bastione di Belle Croix, ma fu sbeffeggiata e derisa dagli assedianti che minacciarono di bruciarla viva se l’avessero catturata…Poi vari messaggi. Una volta che il suo araldo fu trattenuto dagli inglesi, Johanne scrisse di nuovo lo stesso messaggio, lo legò ad una freccia e lo fece lanciare all’interno del campo inglese scrivendoci sopra: “Leggete, ci sono notizie per voi”. Ma alla fine lo scontro non poté essere evitato. I soldati francesi che prima erano quasi rassegnati, se non allo sbando, ammaliati da quella ragazzina con l’armatura splendente su una tunica bianca, col grande stendardo candido in mano ed una fulgida spada al suo fianco a simboleggiare la Croce, che cavalcava spavalda verso una “sicura” vittoria cantando le lodi del Signore, si rianimarono, si riorganizzarono e la seguirono con entusiasmo ed il cuore colmo di gioia, riprendendo l’assalto. La linea difensiva inglese fu spazzata via come un fuscello travolto dalla piena di un impetuoso torrente di montagna. Gli inglesi si dettero alla fuga, molti si travestirono da ecclesiastici per tentare di sfuggire alla cattura. A parte gli ufficiali, che servivano a pretendere un riscatto, tutti gli altri li avrebbero passati per le armi, ma Johanne, che rimase ferita nella battaglia da una freccia conficcatasi nella sua spalla, intervenne a prenderli sotto la propria protezione, ed ebbero salva la vita. La Pulzella la sera pianse a vedere quanto sangue si era dovuto versare per la vittoria. Ma Orléans era liberata. Dopo questa entusiasmante vittoria, Johanne incontrò il Delfino accasato a Tours con la corte e il grosso dell’esercito. La nobiltà al seguito del futuro re si spaccò in due, pro e contro di lei. Molti la temevano; i soliti dietrologi si abbandonarono a fatui voli pindarici per interrogarsi sul “cui prodest”, cioè sul chi ci fosse dietro di lei, chi fosse a manovrarla per trarre beneficio dalla sua iniziativa, quale fosse l’oscuro disegno di quel diavolo con le sembianze di un ingenuo angioletto. Il suo coraggio, il suo furore di combattente contro gli inglesi invasori la resero beniamina del popolo. Raccolse ammirazione e diffuso consenso, aveva trovato stuoli di convinti sostenitori, ma, senza volerlo, aveva anche cominciato a farsi qualche nemico. Lei era convinta assertrice della strategia che fosse opportuno continuare a battere il ferro finchè fosse stato incandescente. Il Delfino era contrariato dal fatto che fosse una contadinella 17nne, analfabeta, sgraziata nelle movenze e rude nei modi a definire le strategie militari della Francia, ma, viste anche le insistenze del Bastardo, alla fine acconsentì che fosse intrapresa la complicata campagna per liberare Reims occupata dagli inglesi. L’esercito si accampò a Jargeau per predisporsi al confronto, ma un improvviso ed inatteso attacco inglese scompaginò completamente l’assetto dei reparti francesi colti di sorpresa. Anche in quella circostanza fu Johanne a capovolgere il corso degli eventi. Incitando personalmente i vari reparti, sprezzante dei rischi che correva in prima fila, tanto che si prese una sassata in testa che la tramortì facendo temere il peggio, guidò il contrattacco e gli inglesi arretrarono consentendo all’esercito francese di acquartierarsi. Nelle settimane successive, dopo varie vicissitudini in cui Johanne prese decisioni che contrariarono non poco il Delfino (ad esempio chiese al Conestabile di Francia, che rancori e vecchie rivalità rendeva inviso a molta parte della nobiltà, di unirsi a loro), alla fine convinse tutti a condurre un deciso attacco che culminò nella battaglia di Patay, con la quale infersero un durissimo colpo alle speranze inglesi di continuare a sottomettere la Francia. Essi furono ricacciati a nord, verso le Fiandre, cosicchè si venne a liberare tutta la valle della Loira ed a Johanne ed al Delfino si spalancarono le porte verso Reims e Parigi. Quando il 17 luglio del 1429 nella cattedrale di Reims il Delfino fu finalmente incoronato Re, La Pulzella era seduta in un banco laterale in prima fila non lontana da Carlo VII. Quel giorno, lei all’età di 17 anni, 6 mesi, 11 giorni, non era ancora neanche maggiorenne…. Ma qualcosa nel rapporto tra il Re e Johanne si stava incrinando, certo non per colpa di quest’ultima. Ed anche se la sua fama e la sua reputazione non facevano che crescere, molte nubi cominciarono ad addensarsi sul suo orizzonte. Il suo entusiasmo, la sua forza interiore, la sua figura carismatica valsero a scuotere la coscienza dei francesi, a risvegliare l’orgoglio di un popolo che, con lei, ritrovò un’ identità perduta e la sua unità in una Patria affrancata dal dominio straniero. Ma ora che il destino era sul punto di compiersi, che gli inglesi retrocedevano e stavano per essere spazzati via, la presenza di Johanne creava imbarazzo e diveniva ingombrante. Già dopo la vittoria di Patay il suo ascendente sulle guarnigioni era per molta parte scemato. Ora che il pericolo era stato in qualche modo scansato, ora che lei non rappresentava più l’unica speranza di redenzione per la Francia, ora che le tenebre della rassegnazione erano state squarciate, agli occhi di molti, specie tra nobili e notabili, Jehanne tornò ad essere una presuntuosa donzella, megalomane, visionaria, impertinente, petulante ed ambiziosa. Tra le linee tornarono a circolare le prostitute; i soldati ripresero a bestemmiare, a saccheggiare ed a stuprare; molti smisero di confessarsi e di sentir messa. La nobiltà, dopo averla dovuta sopportare perché tutto sommato si dimostrava funzionale ai propri interessi, ritenne fosse arrivato il momento di “scaricarla” e di prendersi una rivincita nei confronti di quella impudente contadinella da strapazzo che aveva osato prevaricarne rango e prestigio. Poi il re, certamente geloso della grande popolarità raggiunta dalla Pulzella cui venivano attribuiti tutti i meriti della presa di Orléans, e d’altronde questo altro non era che la pura verità, e che agli occhi della gente appariva totalmente debitore nei suoi confronti. Senza dire del suo terrore per la dimostrata capacità di Johanne di radunare folle strabocchevoli e di raccoglierne l’incondizionato consenso: e se per caso lei un giorno si fosse messa contro di lui?... Ma Johanne a tutto questo non faceva caso, bisognava portare a termine “il lavoro”. La Pulzella non lo avrebbe mai saputo, ma venuto meno il suo carisma e la sua forza trascinatrice, occorsero altri 22 anni per cacciare definitivamente gli inglesi dalla Francia. La sua ultima grande impresa ebbe luogo a Saint Pierre le Moutier, città che l’esercito francese aveva posto sotto assedio, ma senza riuscire a venire a capo della situazione. Dopo una serie di assalti francesi respinti con gravi perdite, l’arrivo di Johanne valse a rincuorare e motivare le truppe, che lei personalmente condusse ad un ultimo, decisivo attacco. Sotto il suo incitamento, la determinazione e l’ardimento dei francesi si decuplicarono e finalmente la città fu presa. Passò il suo ultimo Natale da libera alla corte di Carlo VII. Poi nella primavera del 1430, stanca della lunga inattività si lanciò verso la sua ultima avventura. Al comando di un piccolo contingente formato da regolari, volontari piemontesi e mercenari, si rintanò nella cittadina di Compiègne da dove, con rapide sortite, lanciava attacchi a sorpresa verso i piccoli centri limitrofi controllati dai borgognoni. Il 23 maggio del 1430 si ingaggiò in un attacco contro la cittadina di Margny, trovando un’imprevista e fiera opposizione dei borgognoni. Vedendo che oltretutto al nemico stavano per aggiungersi dei rinforzi, Johanne decise saggiamente di rientrare a Compiègne. Come era solita fare, lei rimase nei pressi della porta della città per coprire il rientro della guarnigione prima di rientrare a sua volta. Ma per ragioni che secondo le cronache appaiono misteriose (ma lo sono davvero?...), il Governatore della città Guglielmo di Flavy impartì l’ordine perentorio di chiudere la porta prima che Johanne ed il piccolo drappello che la fiancheggiava fossero rientrati. In breve, La Pucelle fu sopraffatta dai borgognoni, gettata da cavallo e fatta prigioniera. L’epopea di Johanne si era conclusa nel più ignobile dei modi, tradita da quello che più di ogni altro avrebbe dovuto esserle grato, il Re di Francia. Ora avrebbe avuto inizio il suo calvario.
Processo e Martirio di Johanne
Nella sua condizione di prigioniera fu trascinata da una fortezza all’altra, sino ad essere rinchiusa a Beaurevoir. Qui era trattata con cortesia e riguardo, come era consuetudine fare con i soggetti per i quali si sarebbe potuto pretendere un lauto riscatto, protetta da Jeanne de Luxembourg, zia del potente vassallo del Re d’Inghilterra Jean de Luxembourg, che minacciò di diseredare il nipote qualora la Pulzella fosse stata consegnata agli inglesi. Ma tutto ciò finì presto. L’improvvisa ed immatura scomparsa di Jeanne de Luxembourg (toh, ma vedi che combinazione: all’improvviso muore l’unica persona che la proteggeva e che la stimava in quel campo…) fece precipitare gli eventi e la Pulzella fu venduta agli inglesi come “prigioniera di guerra” per 10.000 franchi. Con il riconoscimento di tale status, chiunque avrebbe potuto pagare il riscatto per la sua liberazione, ma nessuno si fece avanti. Non certo Carlo VII che se veramente avesse voluto la sua libertà avrebbe trovato molto più conveniente lasciare aperta la porta di Compiègne, piuttosto che pagare un oneroso riscatto dopo... Il suo peregrinare si concluse il 23 dicembre del 1430 a Rouen, dove la Pucelle venne definitivamente reclusa. Si istruì rapidamente un processo che ebbe formale inizio il 3 gennaio del 1431, tre giorni prima del suo 19simo compleanno. La sua reclusione era durissima. Sempre incatenata, coi ceppi ai piedi ed ai polsi, non poteva neanche scendere dal suo giaciglio. Come è facile immaginare, fu oggetto di ripetuti tentativi di violenza da parte dei suoi aguzzini, ai quali lei si sottrasse sempre opponendo fiera ed irriducibile resistenza. Ed allora erano botte, bastonate, ed atti di vilipendio che tralascio di riportare, ma che si può immaginare quali fossero… Si pensò di intentare un processo per “stregoneria”, ma il Procuratore Generale, nonostante l’appoggio di notabili e teologi prevenuti nei suoi confronti, dopo lunghi ed estenuanti interrogatori della Pulzella, non fu in grado di trovare un solo capo d’accusa con cui incriminarla. Fu allora deciso di estendere le indagini al suo paese natale, Domrémy, e di sottoporre Johanne a più approfonditi interrogatori da parte di due giudici inquirenti e ben 42 assessori!!! Beh, in quarantaquattro uno straccio di motivazione lo avrebbero trovato… Era evidente come non si trattasse di un processo per accertare la verità, bensì di un processo per “costruire” una verità che consentisse di arrivare, giustificandolo, ad un epilogo già scritto. Oltretutto, il processo era assolutamente illegale: la Pulzella era detenuta come prigioniera di guerra, per cui nel momento in cui si decise di incriminarla per stregoneria, avrebbe dovuta essere trasferita in un carcere ecclesiastico controllato dall’Inquisizione. Poi la corte che la giudicava non era competente per territorio, né era dimostrato che lo fosse per giurisdizione. Finalmente si trovò un nuovo Procuratore Generale, dotato di grande inventiva e di fervida fantasia, che fu capace di redigere una requisitoria che si componeva di ben 70 capi d’accusa!!! Adesso si che andava bene… Ma nonostante tutto, l’accusa di stregoneria continuava a non stare in piedi per cui si ritenne opportuno derubricare il reato in quello di eresia. Nel dibattimento Johanne non ebbe mai alcuna difficoltà a rispondere alle domande che le piovevano addosso da tutte le parti, tra loro sovrapposte, e con frequenti interruzioni, col chiaro intento di indurla in errore. Mai una contraddizione, mai un tentennamento, risposte sempre adeguate, congrue ed esaurienti. Respinse tutti gli assalti che le portarono in materia di fede e teologia, dimostrandosi in merito spesso più edotta degli accusatori. Man mano che il dibattimento si snodava, divenne sempre più evidente che tre erano gli appigli ai quali ci si aggrappava per cercare di metterla in difficoltà. Il primo era l’abbandono della famiglia per andare a combattere, con ciò disobbedendo ai genitori. Lei confutò che siccome “l’ordine le veniva direttamente da Dio, sarebbe partita anche se avesse avuto cento padri e cento madri a trattenerla…” Poi che lei, una volta, si era coinvolta in un assalto sotto le mura di Parigi di domenica, il giorno dedicato al Signore, al che lei fece osservare che la decisione venne dai capitani cui era soggetta in ordine gerarchico, e che comunque prima si era confessata, comunicata ed aveva assistito alla Santa Messa. Tentarono di gettarle addosso sospetti di stregoneria perchè da piccola, insieme agli altri bambini del paese, faceva il girotondo attorno ad una enorme quercia che nei giochi era considerata l’Albero delle Fate…Alla fine, si accanirono contro di lei con un’unica accusa: che in battaglia aveva indossato abiti maschili, i calzoni in particolare. A parte la praticità di quell’indumento in quelle circostanze, ma secondo voi, gliela avrebbero perdonata se si fosse presentata in battaglia con la gonna ed a gambe e cosce scoperte? Per mesi seguirono interrogatori a porte chiuse. Si tirò fuori di tutto, ma Johanne resisteva con la stessa disinvoltura con cui una tetragona fortezza si oppone ad una tenue brezza pomeridiana. I 70 capi di accusa originali si ridussero a 12, tutti labili e risibili, infondati ed inconsistenti. Per misurare la sua attendibilità, il 13 gennaio del 1431 Johanne fu addirittura sottoposta a visita ginecologica per verificare la sua tanto conclamata verginità, che venne puntualmente confermata. A quel punto, molti di quelli che la giudicavano, giuristi, ecclesiastici o notabili che fossero, si resero conto dell’assoluta infondatezza di tutte le accuse formulate, per lo più assurde, inconsistenti ed insostenibili, e si suggerì di investire della questione il Papa. In effetti, il non aver avvertito il Pontefice era stata una delle innumerevoli illegalità perpetrate, perché secondo il diritto ecclesiastico il Papa doveva essere informato d’ufficio sempre di ogni processo per eresia o stregoneria. La stessa Pulzella rivolse diversi appelli al Papa perché intervenisse a fare giustizia, senza avere mai risposta. A tale proposito, però, appare sbalorditivo come nessuno storico abbia mai puntualizzato che a Roma la funzione di Pontefice versasse in quel momento in uno stato di “quasi latitanza”, situazione, questa, che portò acqua, e non poca, al mulino dei protervi persecutori di Johanne. Papa Martino V morì all’improvviso per un colpo apoplettico nel bel mezzo del processo, il 20 febbraio del 1431, mentre l’attenzione del suo successore, Papa Eugenio IV, fu completamente assorbita nella lotta senza quartiere contro la potente famiglia romana dei Colonna, che scomunicherà “in toto”, e dalla preparazione del Concilio di Basilea. Figuriamoci se aveva tempo e modo di occuparsi delle diatribe tra una sciocca villana ed autorevolissimi, sapientissimi, preparatissimi ed obiettivi Dottori della Chiesa e della Legge. Per forza che Johanne doveva avere torto, per forza che doveva essere condannata secondo giustizia….Le chiesero di abiurare i crimini di cui ai 12 residui capi d’accusa, e lei rispose “Mi rimetto a Dio ed al Santo Padre”. Poi lei sottoscrisse, apponendovi una croce, un atto con il quale si impegnava a “non riprendere le armi, a non portare abiti da uomo, né capelli corti….” Secondo il rito dei tribunali ecclesiastici il processo avrebbe dovuto essere sospeso in attesa dell’esito dell’appello che Johanne aveva inviato al Papa. Soprattutto, avrebbe dovuta essere sospesa la lettura della sentenza. Ma nonostante questo (in udienza si disse che il Papa era molto lontano…) e mentre il Re Carlo VII se ne andava spensierato a caccia, fu data lettura della sentenza, col che si commise l’ennesima illegalità. Una sentenza durissima, che prevedeva il carcere a vita, in isolamento, a pane ed acqua. Roba da far impallidire il 41 bis….Ma i soprusi e gli arbitrii non erano finiti. Anziché scontare la pena nelle prigioni ecclesiastiche dove avrebbe avuto secondini donna e pratica liturgica, Johanne fu rispedita nelle fortezze degli inglesi, i quali, peraltro, si erano aspettati per lei la condanna a morte. Ora, avendo lei abiurato i propri “crimini” (i calzoni in pratica, ndr), la legge ecclesiale le aveva concesso la vita, essendo destinati al rogo solo i “relapsi”, cioè coloro che dopo l’abiura ricadono in errore. Ma questa motivazione non convinse gli inglesi, che presero a sassate il giudice che aveva emesso una sentenza non in linea con le loro attese, e che cercarono, alla fine trovandolo, il modo per spedirla al rogo. Molti storici hanno colpevolmente ignorato od omesso questo particolare. Non è, infatti, vero che Johanne fosse stata condannata al rogo dall’Inquisizione, come vuole un errato luogo comune; nonostante tutto, in prima istanza non c’erano riusciti. Per mandarcela al rogo, gli inglesi fecero in modo che lei fosse colta nuovamente in errore, che scattasse la recidiva, che divenisse una relapsa. La mattina del 27 maggio del 1431 un soldato di sorveglianza inglese si recò alla cella di Johanne e, con una scusa, le chiese di alzarsi dal giaciglio. Quindi le strappò brutalmente gli abiti di dosso, lasciandole solo degli indumenti da uomo. La trappola era innescata. Per qualche ora Johanne rimase completamente nuda, ma alla fine si dovette rassegnare a coprirsi con quanto disponibile. Cos’altro avrebbe potuto fare la Pucelle? Cosa sarebbe successo se si fosse saputo che se ne stava in cella nuda? A quel punto, gli inglesi fecero sapere ai borgognoni che lei indossava i pantaloni: la trappola era scattata… Ora, sarebbe stato semplice per chiunque domandarsi e rispondersi sul come Johanne li avesse avuti quei pantaloni. Era evidente che la sua fosse una costrizione, non una scelta. Ma fu nuovamente trascinata in tribunale. Johanne era una ragazza intelligente. Aveva capito che qualsiasi cosa dicesse e facesse sarebbe stato indifferente, la sua sorte era comunque segnata. Quand’anche fosse sopravvissuta a quel frangente, per quanto tempo ancora sarebbe riuscita ad evitare trappole e tranelli, tenuta in isolamento in un carcere durissimo, alla mercè di uomini senza coscienza, vili e violenti, che la insidiavano più e più volte al giorno, la picchiavano, le infliggevano ogni sorta di umiliazione fisica e morale? In un posto privo di qualsiasi barlume di umanità, dove non poteva neanche pregare, accostarsi ai sacramenti, trovare il sollievo della comunione con Dio. Così, gli inquisitori si trovarono di fronte un’altra Johanne: docile, remissiva, rassegnata e disposta ad accettare la sua “punizione per i peccati commessi”. Negli atti del processo di “Relapsa” si legge che lei arrivò ad affermare che "..Dio mi ha mandato a dire per bocca di Santa Caterina e Santa Margherita quale miserabile tradimento ho commesso accettando di ritrattare tutto (l’abiura, ndr) per paura della morte; mi ha fatto capire che, volendo salvarmi (la vita, ndr), stavo per dannarmi l'anima!..." Ed anche :"Preferisco fare penitenza in una sola volta e morire piuttosto che sopportare più a lungo la sofferenza di questa prigione". Il 29 di maggio il Tribunale si riunì per l’ultima volta. Su 42 assessori, 39 che avevano capito la situazione, si espressero a favore di una riproposizione dell’abiura e della “Parola di Dio” per salvarle la vita. Ma il giudice, il vescovo Pietro Cauchon, quello che era stato preso a sassate, non fece sconti: al rogo! La sequela delle illegalità non ebbe termine. Johanne fu consegnata direttamente al boia e non accompagnata da un luogotenente come previsto dalle norme carcerarie. Per il rogo fu accatastata una quantità abnorme di fascine di legna, cosicchè il culmine della catasta era altissimo. Il rogo è uno dei più atroci supplizi che si conosca, ed era buona norma che il boia alleviasse le sofferenze di un condannato strangolandolo non appena le fiamme cominciavano a lambirne il corpo, facendolo così bruciare da morto, non da vivo. Nel peggiore dei casi, qualora lo strangolamento non si fosse completato, il condannato non potendo respirare perdeva comunque i sensi e bruciava in stato di profonda incoscienza. Ma a lei neanche questo venne concesso. La catasta fu volutamente fatta così alta da non consentire al boia di tirare in modo efficace un eventuale cappio al collo di Johanne. L’unica concessione fu l’Eucarestia e fu una ulteriore e palese violazione della legge. Infatti, come eretica, le si sarebbero dovuti precludere i sacramenti, a meno che Johanne non si fosse segretamente piegata ai voleri delle autorità ecclesiastiche, ma in tal caso l’avrebbero dovuta assolvere, limitandosi ad ammonirla come poi accadde, ad esempio, per Galileo. La Pucelle, vestita di un lungo abito bianco, fu condotta da 200 soldati nella Piazza del Mercato Vecchio di Rouen ed incatenata al palo sulla sommità della catasta. Johanne cadde in ginocchio con le mani dietro la schiena: invocava Dio, la Vergine, gli Arcangeli, Santa Caterina e Santa Margherita. Impietosito, un soldato inglese prese due ramoscelli e li legò a formare una croce che mise sul petto della condannata. Su quella enorme pira, il fuoco ebbe facilmente ragione dell’esile corpo di Johanne, che non gridò, non maledì, non imprecò, ma solo sussurrò il nome di Gesù Salvatore. Era il 30 di maggio dell’anno del Signore 1431. Si concluse così a 19 anni, 4 mesi e 24 giorni il passaggio terreno di Johanne, prediletta da Dio, tradita da quello che lei serviva e rispettava come suo amatissimo sovrano, uccisa e vilipesa dalla codardia, dalla meschinità, dalla cattiveria di uomini arroganti.
Epilogo
Rouen fu strappata agli inglesi dal Bastardo di Orléans 18 anni dopo, nel 1449. Per tacitare la propria coscienza ed ingraziarsi il popolo, colui che l’aveva tradita, il Re, ebbe la spudorata sfrontatezza di ordinare un’inchiesta per “rivedere” le carte del processo. Nel 1452, a Francia liberata (agli inglesi era rimasto solo l’approdo di Calais), il Legato Pontificio ed il Grande Inquisitore ottennero il consenso di Papa Callisto III per la riapertura del fascicolo di quella che poi diverrà sui documenti e per la storia Jeanne d’Arc, conferendo veste aulica e quasi nobiliare al prosaico cognome Darc. Nel processo di revisione, che si svolse tra il 1456 ed il 1457, furono escussi la bellezza di 115 testimoni che permisero, insieme agli atti ed altri documenti allegati, di stabilire l’assoluta innocenza e l’estraneità di Jeanne ai crimini a lei contestati. Come non bastasse, il procedimento con il quale una innocente era stata condannata a morte fu invalidato e dichiarato nullo. In termini legali, significa che Jeanne non avrebbe dovuto essere arsa viva perché la sentenza non poteva passare in giudicato attraverso un percorso procedurale che già all’epoca appariva palesemente illegale. In pratica, si trattò di una “eliminazione fisica” concertata, per un grottesco concorso di interessi, dal Re di Francia Carlo VII e dagli inglesi invasori. Il Bastardo di Orléans, divenuto conte di Dunois, fece erigere per la sua venerata Jeanne, maestra di vita e compagna di tante battaglie, la Croix Pucelle nel bosco di Saint Germain, vicino a Parigi. Jeanne fu beatificata da Pio X nel 1909, e santificata da Benedetto XV nel 1920. Nello stesso anno, fatto anche questo sfuggito a molti storici, il governo francese dichiarò la data dell’8 maggio, ricorrenza della battaglia di Orléans, giornata di festa nazionale. Per un curioso scherzo del destino, esattamente 25 anni dopo in Francia si festeggerà un altro 8 maggio, quello del 1945, giorno della vittoria sulla Germania e della fine della seconda Guerra Mondiale. Santa Jeanne d’Arc fu altresì dichiarata patrona di Francia, della Radiofonia e della Telegrafia: un omaggio postumo alle sue capacità di comunicazione con Dio e con gli uomini..? Chissà….Caelsius
Nota dell’autrice
Il nome della Santa, in versione arcaica, viene per lo più indicato come Jehanne. Ma Caelsius si affida solo alle testimonianze documentali, e queste mostrano che Jeanne d’Arc sapeva scrivere solo una parola, il suo nome, e che questo era Johanne come si può rilevare dalla foto su riportata che rappresenta la sua firma olografa. Si notino, in merito, le palesi differenze tra la seconda e l’ultima lettera del suo nome. Va pure specificato che, per accordo segreto intercorso tra lei ed il Bastardo, con la firma Johanne lei avrebbe sottoscritto documenti di cui condivideva il contenuto, invece con una croce, ed a lei ufficialmente analfabeta ciò era consentito, documenti sottoscritti in stato di coercizione. Ciò spiega, ad esempio, perché lei abbia sottoscritto tutti i documenti processuali che la riguardavano apponendovi una croce, e non come Johanne: evidentemente non era molto d’accordo sulla sua condanna al rogo…La trascrizione in italiano dei verbali del processo relativi alle udienze sia pubbliche, che a porte chiuse, sono state edite nel 2000 a cura dalla dr.ssa Teresa Cremisi. Per completezza, si segnala l’esistenza di una corrente di pensiero che vuole che Santa Jeanne non sia mai stata realmente bruciata sul rogo, ma che al momento opportuno, con uno stratagemma, sia stata sostituita da una figurante, coperta con un cappuccio da frate che da lontano ne impedisse il riconoscimento. Non dategli peso. Quelli che la pensano così sono gli stessi che si dichiarano convinti che i Romanov non siano mai stati fucilati dai bolscevichi, che l’uomo non sia mai sbarcato sulla luna, che l’attentato di Via Rasella sia stato un atto di eroismo. E che Forum, i talk show e C’è posta per te siano, invece, programmi veri. Ed arrivano a falsificare dati oggettivi per dimostrarlo, dicendo ad esempio che la piazza di Rouen era presidiata da 800 soldati inglesi e borgognoni proprio per evitare un contatto troppo ravvicinato della folla con la condannata. Ma basta leggere gli ordini di servizio della guarnigione per constatare che i soldati, in realtà, erano meno di 200. Ma poi, ad un complotto orchestrato tra inglesi e francesi non per eliminare, ma per salvare Johanne…..ma chi ci crede? Ci manca solo che tirino in ballo pure la Procura di Milano: “Ma lei, onorevole Berlusconi, la mattina del 30 maggio del 1431, dove stava?”….Tra l’altro, ve l’immaginate la stuntgirl che avrebbe fatto da controfigura a Johanne quando s’è resa conto che non si trattava di una "finzione scenica", ma che le davano fuoco sul serio, che se ne sta zitta zitta e buona e buona per tenere il gioco? Ma dai! E poi all’esecuzione hanno assistito i due fratelli minori di Johanne, Petit-Jean e Pierre ai quali penso si possa dare atto di aver saputo riconoscere la sorella al di là di ogni ragionevole dubbio. Infine, altri, hanno insinuato che la canonizzazione di Johanne rappresenterebbe quello che oggi chiameremmo “rimborso dovuto per danno biologico”. Come gli indennizzi ai carcerati vittime di errori giudiziari. Niente di più falso. Il processo di revisione mirava solo alla riabilitazione, non alla beatificazione di Johanne. Successe però che dalle testimonianze e dalle prove documentali allegate agli atti risultassero delle situazioni in cui l’intervento di Johanne fu riconosciuto di carattere taumaturgico, ovvero che le si potevano attribuire una serie di miracoli compiutamente dimostrati e rigorosamente verificati. Per quello fu beatificata e canonizzata, e non subito sull'abbrivio della commozione popolare del momento, ma dopo approfondite meditazioni protrattesi per ben 452 anni..... Comunque fossi in voi, io di questo non mi preoccuperei troppo. Pochi sanno che i cattolici hanno l’obbligo della fede relativamente ai dogmi, ma per quanto attiene ai “campioni del cristianesimo eletti dalla Chiesa”, cioè i santi dichiarati tali, non c’è alcun obbligo di fede, ma è lasciato alla coscienza individuale affidare preghiere ed invocazioni a quelli tra i santi con i quali ci si sente maggiormente in sintonia. Per quanto mi riguarda, ad esempio, io sono molto devota a S. Jeanne d’Arc, così come a S. Francesco d'Assisi e Santa Caterina da Siena, mentre nulla mi ispirano molti altri di quelli canonizzati, specie in tempi più recenti. Ma questo riguarda solo la mia coscienza, non la mia fede. Così sia anche per voi. Caelsius