Martino, il punto e la cappa.

Pubblicato il da caelsius

 

La storia di Martino, un ecclesiastico dell’abbazia di Asello, in Toscana, e la ragione per cui lui “per un punto perse la cappa” credo sia un luogo comune noto a tutti, ma al solito Caelsius la ripropone con un suo valore aggiunto, per indagare e meglio accertare quanto, “more solito”, viene accettato con superficialità ed assenza di spirito critico. In questa vicenda ci sono dati di fatto inoppugnabili ed ipotesi di contorno mai accertate, destinate probabilmente a rimanere non verificabili, ma che nella loro indeterminazione, eventualmente, non producono impatto tale da snaturare il significato della storia stessa. Per esempio, non si è mai appurato se Martino fosse un priore in attesa di ricoprire il ruolo di abate divenuto vacante, e che non fu più promosso per quel “punto”, o se invece fosse l’abate, poi rimosso dalla sua funzione, cioè “degradato” a causa dell’errore commesso. Caelsius propende decisamente per la prima delle due alternative, anche se sinceramente non può addurre nulla di più del suo istinto e della sua ragionevolezza a sostegno della propria tesi. Però sembra più logica e più credibile dell’altra e maggiormente in sintonia con quanto accadde nella realtà. Allora, il priore Martino era un tipo molto attivo che, per accelerare la sua promozione ad abate e convincere definitivamente chi di dovere (il Papa a Roma) delle sue qualità, della sua abnegazione e della sua solerzia nelle cose, pensò di “promuovere” la frequentazione dell’abbazia facendo  apporre sopra il portone gotico della chiesa una grande insegna con una frase di benvenuto per pellegrini e viandanti. Qui nacquero i suoi problemi. Non si è certi se la frase da lui ideata fosse “Porta, patens esto. Nulli claudaris honesto” o la versione senza virgola. Tradotta in italiano, in entrambi i casi significa :”Che la porta resti aperta. Non sia chiusa per l’(uomo) onesto”. Cambia poco, ma sintatticamente un congiuntivo diventa un imperativo con la virgola. Sfumature. Purtroppo, però, il pittore cui Martino affidò l’incombenza commise un errore nella giustapposizione del punto tra le due frasi della scritta che risultò: “Porta patens esto nulli. Claudatur honesto” cioè, “La porta sia aperta per nessuno. Sia chiusa all’(uomo) onesto”, riferendo esattamente il contrario del messaggio che Martino avrebbe voluto lanciare. Del fatto corse voce sino a Roma e la promozione di Martino andò in fumo, per cui, stando a questa interpretazione, lui per un punto ortografico (c’è niente di più piccolo ed insignificante di un puntino?) avrebbe perso la cappa, cioè il mantello da abate e la relativa carica. L’allocuzione fu poi presa col suo significato di perdere molto, se non tutto, a causa di una piccolezza, di un particolare trascurato, di una cosa di minimo conto sfuggita all’attenzione. Domanda: ma vi pare realistico tutto ciò? In fin dei conti, come raccontano le cronache che per quanto spesso confuse e frammentarie comunque qualcosa dicono, dopo qualche attimo di sconcerto il cartello in pochi minuti fu rimosso, corretto e rimesso al proprio posto. Solo tre o quattro persone lo lessero, per cui a me rimane difficile credere, come si riporta senza che nessuno si ponga il problema, che per quel veniale errore di distrazione, subito rimosso e corretto, si scatenasse tutto il putiferio che travolse il povero Martino. Ma la realtà era molto meno banale di quello che la nostra pigrizia mentale ci porta a credere. Ciò che fece infuriare il Pontefice non fu tanto che si commise un errore, chi non sbaglia mai alzi la mano, ma che non ci fosse una “procedura per il controllo degli errori”, come si direbbe con terminologia moderna. E questo era gravissimo. Un abate deve essere in grado di assumersi enormi responsabilità spirituali e materiali per la gestione ed il corretto funzionamento di una abbazia, dalle liturgie, alla produzione delle tisane e del cioccolato. E’ giocoforza che per la conduzione di tutte queste innumerevoli attività lui si affidi a manipoli di collaboratori cui deve delegare una serie di responsabilità. Ma è anche vero che nel momento in cui lui diviene il coordinatore di tutti i suoi collaboratori deve essere capace di indirizzarne le attività, seguirne pedissequamente lo svolgimento, nonché verificarne puntualmente i risultati acquisiti. A questa condotta non ci sono alternative, se non il caos, l’anarchia ed una totale inefficienza. E’ questo che mancò a Martino e che spaventò il Papa, al punto da fargli ritenere il priore inaffidabile ed incapace di svolgere con profitto il ruolo di abate cui stava per consegnarlo. Ed è questa la vera morale che Caelsius trae da questa “favola” : tutti possiamo sbagliare,  ma dobbiamo essere sempre vigili ed in grado di accertare e rimuovere immediatamente gli errori commessi prima che possano inficiare le nostre e le altrui attività, impedendo il raggiungimento dei risultati attesi. Martino avrebbe dovuto controllare la frase scritta prima che fosse esposta, non dopo, e fu questo a perderlo agli occhi del Papa. A margine, ed in esclusiva per i miei pazienti lettori, segnalo un aneddoto che riguarda l’uso che si fa di questa massima in Francia, dove è stata esportata. Come abbiamo detto, l’abbazia in questione era quella di Asello, in Toscana. Ciò ha dato adito ad un clamoroso errore nella traduzione in francese, da parte di qualcuno che conosceva il latino, ma non troppo. Infatti, in latino  la massima tratta dall’episodio recitava: “Uno pro puncto caruit Martinus Asello”, cioè “per un punto Martino perse Asello” dove con Asello si indica in modo figurato l’abbazia, cioè la carica di abate, ovvero la cappa. Pure qui una incertezza: poteva essere “Ob solum punctum caruit Martinus Asello”. Sia come sia, il nostro amico traduttore ha equivocato sul nome proprio Asello, confondendolo col latino asellus, che in italiano si traduce somaro. Eppure avrebbe dovuto farsi mettere sull’avviso da quella a maiuscola e dalla desinenza, la o invece di us. Per cui il detto “Uno pro puncto caruit Martinus Asello” fu tradotto in francese con una frase senza apparente senso compiuto: “Pour un point Martin perdit son àne”, cioè : “Per un punto Martino perse il suo somarello”. E la raccontano così : Martino era un frate che per i piccoli trasporti da e verso il convento si serviva di un somarello. Ma Martino era ingenuo, distratto e smemorato ed un giorno non ritrovò più la bestiola. Qualcuno, avendo saputo dello smarrimento, gli fece notare di aver visto un tizio andarsene in giro con il suo somaro, al che Martino si rivolse alle autorità chiedendo che gli fosse restituito. L’inquirente rivolse a Martino la più ovvia delle domande che puoi aspettarti in questi casi, cioè una descrizione, seppur sommaria, dell’animale. Ma fra’ Martino, sbadato come era, non aveva mai fatto caso al colore del manto, e se l’aveva fatto se l’era comunque dimenticato. Per questo “punto”, accezione molto tirata per “motivo”, l’inquirente non poté restituire il somaro a Martino, e la bestiola rimase al ritrovatore, o trafugatore, che se l’era preso. Ora è evidente che questa storia non sta in piedi e che la frase in francese non è né logica, né consistente. La usano come un modo per dire “perdere molto per un nonnulla”, avendo importato con la frase pure il significato che ha in italiano e latino, perché altrimenti, stando alla lettera, non quadrerebbe.  Qui concludo, ma prima voglio rivolgervi una calda raccomandazione: se dovete mettere dei punti, state sempre molto attenti, specialmente quando staccate gli assegni…Ciao, Caelsius.

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